Umberto Pignatelli "La mia seconda maratona"
Umberto Pignatelli "La mia seconda maratona"

 E` passato un anno, ed eccomi di nuovo qui, a correre la maratona di Torino. Rispetto all’anno scorso molte cose sono cambiate nella mia vita, che per forza di cose si riflettono anche sulla corsa: Corinna, la bimba che mi aspettava al traguardo nel pancione di mamma un anno fa, ora e` nata e sgambettante, con conseguenti cambiamenti dei ritmi di vita.  

 E` stato un anno di sacrifici podistici: cerco di correre tre volte a settimana, ma due allenamenti tocca farli alle cinque del mattino e sono duri. Complice un’influenza a inizio ottobre, mi manca anche un lunghissimo e mi sento un po’ come un alunno che arrivi a scuola senza aver fatto i compiti.  

 Comunque, bisogna fare fuoco con la legna che si ha, e decido di correrla lo stesso. Devo dire che quest’anno vivo l’attesa molto meglio: la maratona e` dura, bastarda e sempre spietata, ma ne ho gia` affrontata una e so che posso farlo di nuovo.

 In piu` quest’anno forse sono riuscito a sconfiggere il mio nemico piu` grande: le bolle sui piedi. Grazie ad un consiglio di Ines (non ti ringraziero` mai abbastanza!) non mi vengono praticamente piu`. Il segreto e ` semplice: vaselina, un sacco di vaselina. Ne faccio andare tubetti interi. Non so cosa pensi della mia vita sessuale il mio farmacista, ma almeno non finisco piu` le gare con le scarpe piene di sangue.

 Rispetto allo scorso anno c’e` un’altra novita`: questa volta corro con Flavio, mio collega di Milano. I piani sono di correre insieme la prima meta`, poi io mi stacchero` cercando di migliorare, mentre lui andra` piu` piano.

 Ma si sa, i piani non resistono mai al contatto con il nemico.

 I giorni precedenti seguo il meteo con l’attenzione di un ortolano ansioso ma come sempre decido l’abbigliamento all’ultimo: pantaloni corti, maglietta corta, manicotti (che si riveleranno ottimi!) e naturalmente canotta con i colori araldici, quelli della Vigone che Corre!

 

 

 

 

  Tappa in ufficio per gli ultimi preparativi e scarico dei serbatoi, vaselina a cazzuolate e andiamo al via. Fischi a Cota, battute su Fassino che aleggia sulla manifestazione come la Morte, solo un po’ piu` magro, e via, si parte.  

 Correre in compagnia e` bello. Facciamo i primi quindici chiacchierando, mentre litigo costantemente per aprire questi benedetti Enervit, ma fin qui tutto nella norma. Attorno al diciottesimo il mio socio decide di salire un po’ di ritmo: davanti a noi, lontano, vediamo i pacer, ma non riusciamo a riconoscere quali siano, scherziamo dicendo che se ci siamo sbagliati e sono quelli delle 3:30 invece delle 3:50 siamo fottuti. Ancora adesso dobbiamo scoprire chi erano.

 

 

 

 

 Attorno al ventottesimo Flavio accelera ancora di piu`. Sto abbastanza bene, ma decido di lasciarlo andare (arrivera` a 3 ore e 56): la maratona vera deve ancora iniziare e preferisco correre risparmiando le forze, in piu` questi benedetti sali effervescenti che danno ai rifornimenti mi hanno fatto venire un po’ di puntura al fianco, che sparira` nel giro di tre o quattro chilometri.

 Al trentesimo ho un attimo di affaticamento, prima del ristoro penso quasi di fermarmi. Qui mi viene in aiuto il mio amico Marco (psicologo dello sport), il quale, pochi giorni fa mi ha insegnato un trucco, da me archiviato subito come cazzata, ma che si e` rivelato veramente utile: quando sei in difficolta`, pensa ad un nome di citta`, a questo punto pensane un secondo che cominci con la seconda lettera del primo nome, e cosi` via: “Torino, Otranto, Taranto, Ancona” scivolano via nella testa, poi mi accorgo di stare barando con una serie infinita di “Torino, Otranto”, ma nel frattempo sono gia` a meta` del trentunesimo e ho superato la crisi. Grazie Marco, ti devo una birra!

 Da qui in poi e` fatica, ma non tremenda come la ricordavo. La gestisco, bevo molto, e supero un bel po’ di gente che sta camminando. Il piu` strano e` un tizio che per qualche motivo si e` tolto scarpe e calze e cammina sulle uova tenendole in mano, rivelando un paio di formidabili piedi pelosi da Hobbit.

 

Il Garmin non lo guardo praticamente piu`. So che devo fidarmi delle mie sensazioni e correre per arrivare, non per fare tempo. Tra il trentaquattresimo e il trentasettesimo supero due maglie della Vigone che Corre, che stanno camminando. Li incito “Dai Vigone! Dai Vigone!” e con uno dei due, un ragazzo di cui non conosco il nome, funziona, perche` riparte e dopo un po’ mi affianca.  Mi dice qualcosa del tipo “Vivo o morto, ormai arrivo.” con un fiero cipiglio. Sorrido e continuiamo insieme per un pezzo.

 

All’ultimo rifornimento sono nuovamente da solo, ho un po’ di male ai piedi e sono stanco, ma sto ragionevolmente bene. Sono sotto le tre ore e cinquanta, quindi penso che potrei persino migliorare il mio tempo. Mi rilasso un po’ e questo mi frega: fin quando non hai superato quel fottuto stiscione, non e` finita, ragazzo mio, ricordatelo per la prossima volta.

 

Accelero impercettibilmente e al quarantunesimo ho un giramento di testa, di quelli belli forti. Mi rendo conto che stringendo i denti potrei ingnorarlo e arrivare bene, ma al prezzo di stare male come un cane dopo, e decido che non ne vale la pena: non devo dimostrare nulla a nessuno, perche` soffrire dopo? E` una cosa che solo un anno fa non avrei mai fatto, segno forse che sono maturato un po’, e non solo a livello podistico.

 

Mi fermo e cammino, non so per quanto, ma per l’ultimo chilometro sto corricchiando di nuovo. Nel frattempo il ragazzo della Vigone di prima mi raggiunge e poi mi supera, assieme ad un altro vigonese allampanato dai capelli grigi che non conosco. Quest’ultimo mi saluta e mi chiama per nome. Mi dice qualcosa che non capisco (scusa!) ma annuisco lo stesso.  Ormai non riconoscerei neanche mia madre.

 

Ormai siamo all’ultimo chilometro. La folla urla e ci incita, ma non basta a darmi quello che mi manca: cammino un altro pezzettino, sono in vista del cronometro dell’arrivo e vedo che stanno scattando le tre ore e cinquanove. Ecco, QUESTO basta a motivarmi. Raccolgo tutte le forze che ho e passo il traguardo prima delle quattro ore. Mi danno la medaglia, rubo un telo da uno scatolone ed e` finita.

 

Ora sono qui davanti al computer, a meno di quatto ore dalla gara e sto bene, fisicamente e psicologicamente.  Per me il miglior risultato possibile.